Ci sono posti dove vado a fotografare. E ci sono posti dove vado per buttare fuori tutto quello che dentro mi pressa. Il bosco di Malabotta, in provincia di Messina, è del secondo tipo. Quasi una meditazione. La fotocamera la porto lo stesso, ma lassù la uso con cautela.
È Valentina che li trova
Ci sono stato tre volte, sempre con Valentina. A dire la verità è lei che trova questi posti. Io la seguo.
E nel bosco lei fa una cosa che io devo ancora imparare: si sofferma. Respira, ascolta. Avverte tanto. Per certi versi mi ispira: quando la vedo fermarsi, capisco anche io che vale la pena fermarsi.

Sembra tutto uguale
A Malabotta tutto sembra uguale per centinaia e centinaia di metri. Alberi, foglie, sentiero. Alberi, foglie, sentiero.


Ma se ti soffermi a osservare con attenzione, non è così. Nessun tronco è uguale a un altro, e la luce cambia ogni pochi passi.
La luce sulle cortecce
La luce che filtra tra gli alberi non illumina tutto: sceglie. Accende una felce e lascia il resto al buio. Scivola su una corteccia e ne fa vedere ogni solco, come una mappa. Sono cornici e geometrie che non immagini finché non ti fermi.


Questa per me è la fotografia di natura: non il panorama, ma il momento in cui una cosa piccola si accende.
Tre visite, tre attrezzature
Nel bosco si cammina tanto. Il consiglio più utile che posso darti è partire leggero. Lo so perché non sempre ci sono riuscito.
La prima volta avevo una X-T1 con il 23 f/2. Arrancava, ma scattava. E mi bastava.
La seconda volta ho portato la X-T5 con il Sigma 17-40 f/1.8. Quel giorno mi sentivo esigente. Le foto sono venute, ma lo zaino l’ho sentito per tutto il sentiero.


La terza volta, in autunno, avevo la X-T5 con il 10-24. Quella serie, all’inizio, l’avevo sviluppata con dei filtri: volevo provare un look più “moderno”. Oggi la preferisco così, con i colori che aveva quel giorno.
Tre attrezzature diverse, e il bosco era sempre lo stesso. A cambiare era quanto riuscivo a guardarlo.
Un mistero tra i faggi
A un certo punto, in mezzo ai faggi, c’è una macchina. Bianca, abbandonata, mezza sepolta dalle foglie. Come ci sia finita, non lo so. È un mistero del bosco, e mi piace che resti tale.

Quello che resta

Da Malabotta non torno con la foto perfetta. Torno più leggero. A volte la fotografia di natura è questo: una scusa per fermarsi, guardare meglio e respirare.

Quella figura in fondo, nella nebbia, non era nessuno di noi. Era un uomo tedesco con il suo cane, e si era perso. Non mi stupisce: qui dentro tutto sembra uguale.
Se ti piace fermarti a guardare, leggi anche Vedo qualcosa nel nulla e Fotografia e solitudine: quel vuoto che mi riempie.
Daniele Tranchita, ShotAndGo.
I 5 errori che rovinano le tue foto
Cinque mie foto per cinque errori. Per ognuno la storia dello scatto e un esercizio da fare alla prossima uscita.
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